La testa che gli esplode dal dolore, la gola in fiamme e la voglia di un tramonto che non avrebbe mai più visto. Ci ha lasciato così Michele Merlo, a causa di una leucemia fulminante che l’ha portato via in pochi giorni. Un destino bastardo il suo, a cui si aggiunge l’amarezza per ciò che è accaduto subito dopo la sua scomparsa.
Perché Michele, durante la sua breve vita, non è mai riuscito a vivere della sua musica. Non abbiamo mai visto una sua canzone in classifica e non l’abbiamo mai sentito in radio: per potersi permettere di andare in studio a registrare i suoi pezzi lavorava in fabbrica.
Oggi invece con la sua “Tutto per me” è al primo posto della Top50 Viral di Spotify, classifica in cui è presente con altri quattro brani: “Aquiloni” (#3), “Mare” (#4), “Vorrei proteggerti da me” (#7) e “Non mi manchi più” (#20). E anche “Cuori stupidi”, il suo primo album pubblicato nel gennaio 2020, è riuscito a entrare per la prima volta nella Top100 FIMI dei dischi più venduti in Italia.
Quella vita che “un giorno mi ha abbracciato e poi dopo è sparita” (così cantava in “Aquiloni”) è tornata per abbracciarlo nel momento in cui lui non può più viverla.
Ma dovremmo essere contenti di questo?
No. Non si dovrebbe morire per avere successo. Il giusto riconoscimento al valore di un artista non può arrivare solo a causa di una disgrazia. I giornalisti distrutti da questa vicenda, dov’erano quando era il momento di intervistarlo? Le radio tutte unite nel ricordarlo, dov’erano quando era il momento di proporlo al pubblico? Spotify che oggi scrive “non ti dimenticheremo”, dov’era quando poteva pubblicizzarlo nelle sue playlist?
Nessuno c’era. Nessuno se n’era accorto del suo talento. Nessuno ci ha dato la possibilità di accorgerci che il destino della sua musica era quello di volare, prima o poi. Lo dice la sua penna lucida, malinconica e di grande sensibilità. Lo dicono quei brani che oggi postiamo tutti nelle Instagram Stories. Lo dicono quelle ali che lui si era messo nel nome d’arte con cui fece il suo debutto ad Amici, Mike Bird. Peccato che le ali vere, quelle che voleva avere lui e che l’avrebbero portato in vetta, gliele abbiano messe ora che è troppo tardi.