Sono tempi dettati dalla velocità, questi. L’informazione è quella basica dei (pochi) caratteri di Twitter. La comunicazione si fa nei 15 secondi delle Instagram Stories. Le telefonate sono state quasi del tutto sostituite da Whatsapp, che ha addirittura trovato un modo per velocizzare i messaggi vocali. E il mondo musicale è quello che ha forse più pagato le conseguenze di questa fretta morbosa.
L’ascolto è diventato frammentario, distratto, di pochi secondi, gli album sono passati di moda e al loro posto ci sono le playlist, e così è raro trovare persone che si concentrino su due canzoni di seguito dello stesso artista. Via quindi a produrre singoli su singoli, che devono essere tutti di facile presa e girare intorno a quei tre-quattro accordi su cui gira tutta la musica attuale, perché solo quelli entrano nelle playlist. E che vengono sempre più prodotti senza l’ausilio di strumenti musicali, ma grazie a plug-in, basi campionate e macchine elettroniche: spendi poco (non servono studi e preparazione, e le etichette discografiche non devono pagare turnisti o orchestre) e in brevissimo tempo ti trovi tutto pronto. Un “all you can eat” musicale in cui ogni giorno c’è una nuova star che fino al giorno prima cantava nella propria cameretta, e che quello dopo rischia già di tornare nell’anonimato.
Clima, questo, in cui ci vuole un gran bel coraggio a fare un disco. Figuriamoci poi se il disco in questione è strumentale.
Il coraggio ce l’ha avuto Enrico Zapparoli, chitarrista dei Modà, con “Fondi di me”, album nato durante il lockdown su richiesta di alcuni amici e che, se volete ascoltarlo, dovete chiederlo direttamente all’autore o recarvi nei luoghi che vi indicheremo in appendice a questo articolo: non uscirà infatti nei negozi di dischi, e nemmeno sulle piattaforme streaming. Scelta, quest’ultima, che si rivela subito azzeccata perché chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il suono sa che su Spotify et similia la musica viene compressa in modo esagerato. Cosa significa? Che tutti i brani vengono fatti suonare allo stesso volume, e questo intensifica anche i momenti più vuoti e calmi di una traccia: a una chitarra che suona da sola viene data la stessa intensità di una chitarra che suona accompagnata da una batteria, rendendo il tutto più rumoroso e sacrificando così la dinamica. Un disco di questo tipo, che gioca molto su pause e accelerate e che beneficia di tutto quel bendidìo di colori e sfumature che la composizione musicale può dare, avrebbe quindi poco senso in streaming.
“Zappa” ha idealmente diviso l’album in due parti: le prime tre tracce sono elettriche, nelle successive quattro si dirige invece verso sonorità più acustiche.
La partenza è subito impetuosa con “La casa sull’albero” e, pur essendo questo un progetto slegato dall’attività dei Modà, ti riporta subito a quel pop-rock travolgente e incalzante che li ha resi celebri, grazie anche a una forte intesa trovata con la batteria di Gianluca Raisi e con i bassi suonati da Marco Dirani e Mirko Fretti. Un’apertura da concerto in quegli stadi che sono traccia indelebile nel percorso della band milanese, e di cui vi è traccia anche nel packaging.
Con “Nina” il tocco si fa invece delicato e l’obiettivo è di trasmettere quella dolcezza tipica di una dedica di un padre alla figlia di tre anni, acuito anche dal guizzo di aggiungere la voce della piccola sul finale; mentre “Zanzara jam” ti spiazza, portandoti da quella soavità ad atmosfere vivaci, quasi danzerecce, con quel riff che affonda le proprie radici nel funk.
“L’altalena” rappresenta il picco più alto del disco e inaugura la sua parte più intima: intenzione a tratti malinconica, sontuoso crescendo power-rock e melodia magica e talmente evocativa da farla sembrare la linea vocale di una di quelle ballad senza tempo.
“Saudade a Po” è invece, come suggerisce il titolo, il suo momento più triste: il suono si fa cupo, ovattato, sporco, ed è evidentemente figlio di quel periodo di incertezza che abbiamo vissuto tutti. Un’inquietudine generale che trova conforto nei cori di Moris Pradella – corista, tra gli altri, di Marco Mengoni, sempre preciso e funzionale – e che si esaurisce nel passaggio a “Viale Rinascita”, con il ritorno a un tocco morbido e a una melodia armonica per omaggiare la via principale di Sermide – cittadina in provincia di Mantova in cui vive il chitarrista – dove si trova il “Sonic Design”, lo studio di produzione di Marco Malavasi in cui è stato registrato il disco. Questa è l’unica traccia senza un crescendo finale, e ciò non deve sorprendere: Enrico, descritto anche dal suo leader Francesco “Kekko” Silvestre, come un tipo silenzioso e di poche parole, ha scelto di farci entrare nei luoghi a cui è più legato in punta di piedi, con garbo e riservatezza.
La title-track chiude l’opera con un virtuosismo centrale che spezza la canzone in due parti diverse, una intima e l’altra più spinta, e ne è manifesto della duttilità del chitarrista nel sapersi muovere tra chitarra acustica ed elettrica con uguale efficacia.
“Fondi di me” è un disco di amici che suonano insieme; c’è anima, passione, divertimento nell’imbracciare uno strumento, ti riporta a quel clima eccitante della sala prove ma anche al sudore nella cura del dettaglio. Il suono, mai uguale, lo fa spiccare per originalità e varietà di proposta musicale, rendendolo un lavoro completo e compiuto, che mette il punto esclamativo su studio, preparazione e dedizione. Ed è da queste cose qui che uscirà sempre la qualità; dalla pazienza, mai dalla fretta.
Diffidate quindi da chi vi dice che con poco si può avere tutto e subito. ‘Che a chiunque è capitato di mangiare a un “all you can eat”, ma poi non si è mai sognato di dirvi che è come mangiare da Bruno Barbieri.
Nick Tara
* L’album è acquistabile ai live a cui partecipa Enrico Zapparoli, al bar “Il Santo Niente” di Sermide e allo studio “Sonic Design” citato nell’articolo.
Per eventuali spedizioni contattare invece Eny Enza Parisi su Facebook o @tamara_mojito su Instagram.