Il coraggio di essere Ultimo: recensione del nuovo album “Solo”

Il coraggio di definirsi “solo” per far sentire meno soli gli altri: gira intorno a questo concetto il quarto progetto discografico di Ultimo, uscito venerdì in tutti i negozi di dischi e sui digital stores.
“Solo” non unicamente come titolo dell’album, ma anche come parola che compare in tutti gli inediti contenuti. Il giovane cantautore romano non si arrende alla solitudine, bensì la combatte parlandone; perché ci si sente meno soli se si è soli insieme. E così diventa una situazione di cui non bisogna vergognarsi, lui la racconta addirittura con gratitudine: “Benedico – si legge nel libretto – quelle volte in cui ho scritto di sentirmi solo, perché stavo preparando me stesso a non esserlo più“.

È un disco arrivato dopo due anni di silenzio, lontananza dal proprio pubblico e concerti negli stadi saltati e, già dalla copertina in cui appare con una mano che gli stringe il collo rappresentante di un senso di oppressione, soffocamento e costrizione, si capisce come sia il più cupo dei quattro pubblicati finora.
Ultimo analizza sè stesso con uno stile nudo e crudo, non ha paura né di mostrarsi debole né di sdoganare un tema a cui spesso non viene data la giusta importanza: quello della salute mentale, messa a dura prova da questo lungo periodo di “giorni chiusi”.
Nella title-track canta quindi che “è come se vivessi nei mesi passati perché adesso non ho nulla che racconterò“, in “Niente” dice di usare il “sorriso per mascherar le ferite“, in “Isolamento” si definisce “una nuvola sola sola nel cielo aperto“. Una disperazione da cui è difficile trovare un appiglio per uscirne: lui lo cerca sempre nei sogni, che sono elemento centrale della sua poetica. Lo sguardo però non è fantasioso e incantato come in “Pianeti” o “Peter Pan”, è più un appoggio quasi distaccato: “Così che possa avere i sogni, seppure rinchiuso, così che il sognatore in me non rimanga deluso“.

Sono tanti gli elementi che hanno caratterizzato i suoi precedenti lavori e che qui tornano con frequenza, a partire da quelle stelle che aprono e chiudono il disco disegnando un filo diretto: dal disincanto de “Il bambino che contava le stelle” che gioca con abilità tra figure opposte (“Non mi piace l’altezza, però amo volare“), al verso finale di “2:43 AM”, “C’era lei a contare le stelle con me“.
C’è anche la conferma ne “La finestra di Greta” della sua innata capacità – già dimostrata nei suoi esordi con brani come “Giusy” e “Wendy” – nel saper raccontare l’animo femminile alle prese con le prime problematiche della vita.
Permane poi il legame con il mare, le cui citazioni raggiungono il loro apice nella potentissima “Sul finale”, dove è utilizzato come sinonimo di libertà nella frase-manifesto del disco (“Tenetevi il mondo, lasciatemi il mare“), ma anche per raffigurare il continuo senso di insoddisfazione dell’autore (“D’inverno voglio indietro il mare, ma poi d’estate non mi basta il sole“).
E un ruolo fondamentale non può che recitarlo l’amore: c’è quello finito nella già citata “Niente” e quello che inizia nell’intensa “Quel filo che ci unisce”, quello per la madre in “7+3” ma anche l’omaggio della delicata “Supereroi” (che sarà colonna sonora del nuovo omonimo film di Paolo Genovese con Alessandro Borghi e Jasmine Trinca) alle coppie che stanno insieme per molti anni sconfiggendo tempo e difficoltà.

Niccolò però stavolta si permette anche qualche incursione nell’attualità.
In “Quei ragazzi” (il brano che con quelle sonorità pop-rock più si discosta dal suo stile) fa un’invettiva contro la televisione attuale chiedendosi “se questa gente davvero ci crede alle cazzate che sa vendere“, ma l’occhio ai media è rivolto anche in “Non sapere mai dove si va” in cui si denuncia la pratica del giudizio facile: “È questo che fa ‘sto successo, fa dire a tutti come sei ma nessuno va dentro“. Nel flusso di parole di “Non amo” la critica colpisce invece la politica “immersa nel perbenismo” e la religione “che avanza, mentre indietreggia“.
Ne esce così un Ultimo che descrive ciò che lo circonda come descrive sè stesso: senza filtri, con parole semplici, dirette, spontanee e immediate. Quelle che hanno fatto più di tutto la sua fortuna.

“Solo” è un disco di grande intimità che sembra così arrivare al termine di un percorso di coscienza e crescita personale fatto dall’autore.
Se prima la sua rabbia e il suo senso di inadeguatezza scaturivano dal non aver ancora trovato una sua collocazione nel mondo, oggi lo sguardo è invece molto più ampio e indaga sul suo posto nella società.
Una crescita che si vede anche dal modo di usare la voce – qui molto più in risalto rispetto al passato – giocando con decisione sulla dinamiche vocali e cercando nuove soluzioni, come il falsetto di “Non sapere mai dove si va”.

A Ultimo viene spesso rimproverato di cercare poche sperimentazioni, di essere troppo ancorato al passato e sempre un po’ troppo simile a sé stesso. Noi ribaltiamo la questione e vi sfidiamo a trovare, anche tra i più grandi della musica italiana, chi all’età dei suoi soli 25 anni aveva un’identità già così precisa e definita. Ne troverete pochissimi.
Perché quindi cambiare una ricetta che oggi è solo sua, che nel giro di pochi anni gli ha fatto guadagnare 44 dischi di platino e 17 dischi d’oro, e che lui continua a portare avanti con un grande coraggio?
Sì, perché ci vuole coraggio a parlare di cuori infranti in un’epoca in cui ci si deve mostrare sempre sorridenti e indistruttibili. Ci vuole coraggio a mostrare il proprio dolore e a portare avanti ciò che si è e non ciò che vogliono gli altri. Ci vuole coraggio a definire il pianoforte un “dolce amico” nell’epoca delle canzoni fatte nella propria cameretta con un freddo computer. E Ultimo in questo è il più coraggioso di tutti.

Nick Tara