È il momento di fare squadra: portiamo Willie Peyote alla vittoria di Sanremo 2021

Lo dico subito, non credo al televoto e ho televotato pochissime volte. Perché tanto il vincitore non viene quasi mai deciso dal pubblico, e non si capisce se questo sia meglio o peggio: il televoto ci ha dato per pochi anni Marco Carta e Valerio Scanu, la sala stampa ci ha dato per sempre Mahmood. Che è come dire: “Preferisci un calcio nelle palle o un pugno sui denti?”.
Questa volta però, in occasione della finale del 71° Festival di Sanremo, il discorso è diverso: se siete tra quelli che odiano la discografia attuale, gli artisti omologati, i personaggi creati ad arte, la musica vista solo come mero intrattenimento e tormentone estivo, le major che cercano gli artisti su TikTok, i rapper tutti autotune e “in costume come gli X-Men”, è il momento di fare squadra e di spendere almeno 50 centesimi per Willie Peyote.

L’occasione è imperdibile. Abbiamo un eroe che è andato a Sanremo a cantare contro tutto questo, a mettere in faccia la cruda verità al pubblico italiano: “ascoltate musica di merda”. E l’ha fatto sul palco dove tutto ciò prende vita, vedi le frecciatine ad Achille Lauro che fa il “Marilyn Manson nel 2020” – il già visto e rivisto ma che lo elegge però a genio – o a Elettra Lamborghini che l’anno scorso twerkava appena dopo i monologhi su diritti delle donne e parità di genere, chiedendosi se sia giusto eleggere il twerking come simbolo della lotta contro il patriarcato.
Ha di fatto dissato tutti a casa loro ed è stato incredibilmente premiato con un secondo posto nella classifica generale da cui si partirà stasera.

Incredibile perché lui alla vigilia diceva: “Ma figurati se vinco! Non vorrei neanche, non credo sarebbe giusto, mi sembrerebbe di scippare il premio a qualcuno che è lì perché ci tiene veramente. Io devo essere vissuto come un corpo estraneo all’interno di questo Sanremo”. Il corpo estraneo è però diventato in fretta protagonista, grazie anche all’intelligenza di essere l’unico a fare riferimenti alla pandemia (con la citazione iniziale di Boris, “un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”) perché è impensabile fingere che fuori dal teatro non ci siano 400 morti al giorno. E anche al coraggio di portare nella serata delle cover un capolavoro della musica italiana, “Giudizi universali” di Samuele Bersani, restando un passo indietro rispetto all’autore e dimostrando che anche un rapper può cantare un classico senza autotune e senza infarcirlo con le sue rime.

Ora manca solo il salto finale, il televoto. E questo è il mio appello: se mi leggete e condividete i miei ideali – combattere prodotti di plastica e hit costruite a tavolino – è il momento di dimostrarlo spendendo almeno 50 centesimi per il rapper torinese. Non lasciate che gli rubi il posto sul podio chi canta di Avocadi Toast e di House Party, o chi avrebbe le carte in regola per fare di più e invece si accontenta di “Quando balli il tuo corpo si muove col mio”. Premiate chi qualche anno fa cantava “non per essere il migliore, ma l’eccezione”, ed è rimasto sè stesso anche su quel palco. L’eccezione. Premiatela.

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