Spotify stila le sue playlist “a simpatia”? I casi Bianca Atzei, Elodie e Anna Tatangelo

Negli ultimi anni le playlist editoriali di Spotify hanno fatto il bello e il cattivo tempo nella musica italiana. Successi imposti, fenomeni studiati a tavolino per un pubblico con poche pretese, classifiche e certificazioni radicalmente cambiate: è Spotify a dettare le leggi del mercato.

Perché da quando gli ascolti valgono come copie vendute ci si è dimenticati di una distinzione fondamentale: tra chi spende 15 euro per comprare il disco di un solo artista, e chi ne spende 9,90 al mese per ascoltare tutto, e spesso da una playlist. Quante volte vi è capitato di salire sulla macchina di un amico che ascoltava distrattamente la “Indie Italia”? Quante volte vi è capitato di andare in piscina, di entrare in un negozio, in un bar, in uno stabilimento balneare con in rotazione casuale la “Hot Hits Italia”?
Sarebbero ascolti passivi, esattamente come i passaggi radiofonici, solo che qui garantiscono platini e dischi d’oro: la gente è convinta di trovare lì tutto il meglio, chi lavora non perde tempo a cercare questo o quell’artista, e così i numeri vengono gonfiati dagli ascolti dei non-fans. Un gioco creato ad hoc per imporre alcuni nomi e affossarne altri, quasi sempre quelli più tradizionali. Un vero e proprio doping musicale. Se entri in quelle playlist – quasi il 40% degli ascolti passa da lì – hai il successo servito su un piatto d’argento. Se rimani fuori raggiungere certi numeri è praticamente impossibile. La logica del “se non ti vedo, non esisti”.

Ma i criteri d’inserimento di una canzone in playlist sono francamente incomprensibili. Vediamo alcuni esempi.
A inizio febbraio Bianca Atzei pubblica “John Travolta”, singolo a cui partecipano i Legno, giovane realtà che ha trovato in Spotify la sua isola felice. Tutti i lavori del duo – dal primo “Sei la mia droga” all’ultimo “Delia” – sono stati infatti inseriti nelle playlist dedicate al mondo indipendente, prima “Scuola Indie” poi “Indie Italia”, facendoli diventare così un vero e proprio fenomeno da milioni di streams. Fenomeno che, strano gioco del destino, la piattaforma svedese si dimentica proprio nel momento in cui i Legno decidono di collaborare con Bianca Atzei. Attualmente, ai quasi 400.000 followers della “Indie Italia” viene proposta ancora la loro “Hollywood”, pubblicata più di sei mesi fa, mentre “John Travolta” non ha ricevuto alcun appoggio, venendo inserita solo nella “New Music Friday” – playlist in cui vengono inserite tutte le uscite del venerdì e poi rimosse sette giorni dopo – e peraltro in posizioni marginali.

Nel 2019 Elodie decide di abbandonare il pop classico degli esordi che non la stava premiando e si avvicina a quei rapper che nello streaming recitano da protagonisti. E lei invece il supporto delle playlist lo trova subito, quando cioè non era ancora chiaro se i suoi brani potessero diventare dei successi. A inizio estate esce “Nero Bali” con Michele Bravi e Guè Pequeno e tre giorni dopo è già nella playlist “Hit italiane” (300.000 followers). “Hit” quando, anche solo per motivi di tempo, non poteva ancora esserlo. La hit di fatto l’ha costruita Spotify. E la stessa cosa succede in autunno a “Rambla” in duetto con Ghemon e, poco prima di Sanremo, con “Non è la fine” – singolo, tra l’altro, non ufficiale e solo promozionale – in coppia con Gemitaiz, in “Alta rotazione” (anch’essa da 300.000 followers) già dal giorno dell’uscita.
E qui il discorso si fa ancora più interessante: perché anche Anna Tatangelo l’ottobre scorso pubblica un singolo in cui aveva il featuring di Gemitaiz, “Fra me e te”, non trovando però alcuna vetrina se non quella di sette giorni della “New Music Friday”. Misteri su misteri. Playlist che sembrano stilate più a simpatia che per meriti.

E ciò che ne esce è quindi un quadro triste e tutt’altro che paritario. A che titolo Spotify stabilisce chi deve volare e chi non deve avere nemmeno l’opportunità di essere notato? A che titolo si prende il potere di imporre i propri gusti al pubblico? A che titolo decide che se è Elodie a duettare con Gemitaiz il brano deve diventare un successo, mentre se a farlo è Anna Tatangelo deve passare inosservata? Domande lecite, ma a cui non riceveremo mai risposta.
E allora l’invito è di evitare abbonamenti alla piattaforma svedese e di tornare nei negozi di dischi: comprando quei sette-otto artisti che vi interessano ogni anno, la spesa sarebbe identica. In più, dareste loro un maggior sostegno di quello che proviene dallo streaming e aiutereste due settori in difficoltà. Ah, e non troverete mai alcun negoziante che vi vende solo ciò che rientra nei suoi gusti.

* Grazie a spotontrack.com per i dati riportati nell’articolo

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