Elodie, Guaranà e quella mediocrità costruita a tavolino

Talento, fortuna e saper vendere un prodotto: sono i tre ingredienti fondamentali per sfondare nella musica.
Talento che, a dirla tutta, oggi risulta solo un contorno, umiliato com’è dal successo di uno Sfera Ebbasta o di una Elettra Lamborghini qualsiasi.
A Elodie non manca di certo: voce potente, timbro inconfondibile e buona attitudine da performer. E soprattutto, Jacopo Pesce. È lui il più grande talento di Elodie.
Jacopo Pesce è il manager dell’interprete romana, nonché discografico – a capo della Island Records – più influente dell’attuale scenario musicale italiano per aver sdoganato l’urban e la trap, i generi del momento. Figurano infatti nel suo roster anche Mahmood, Rkomi, Izi, Geolier, Ernia, Lazza… Oltre a nomi storici del rap italiano (Fabri Fibra, Guè Pequeno e Marracash), alcuni esponenti del pop e del cantautorato (Tommaso Paradiso, The Kolors, Federica Carta, Carl Brave, Elisa, Brunori Sas) e i già citati Sfera Ebbasta e Elettra Lamborghini.
Nella classifica dei 100 album più venduti in Italia nel 2019 ben 27 sono stati pubblicati dalla label che gestisce. Un dominio assoluto che seguiva la vittoria – con “Soldi” di Mahmood – nella scorsa edizione di Sanremo.

Oggi è uscita “Guaranà”, nuovo singolo di Elodie, ed è esattamente ciò che ci si aspetta dalla Elodie targata Jacopo Pesce: una cantante che si è fatta conoscere interpretando brani raffinati come “Un’altra vita” (firmata da Fabrizio Moro) o quella “Tutta colpa mia” con cui si è presentata (con un team diverso da quello attuale) sul palco di Sanremo nel 2017 e che ora si è trasformata in una Baby K che sa cantare.
Quella qualità a cui sembrava interessata agli inizi di carriera è solo uno sbiadito ricordo: l’unico interesse ora è scalare le classifiche.
E “Guaranà” lo dimostra: brano banale, dozzinale, prevedibile, mediocre. Una fotocopia di centinaia di altri singoli pubblicati negli ultimi anni, dove nel ritornello la ripetizione “Tequila e Guaranà” sembra appiccicata giusto per aggiungere qualcosa di esotico. Non ha alcun collegamento con il testo. Un brano valido solo per una stagione e costruito per fare appunto cassa facile. Perché prima le canzoni diventavano tormentoni, oggi invece nascono tormentoni. Lo si decide preventivamente a tavolino.
E il gioco regge: sia “Nero Bali”, pubblicata nell’estate 2018 in collaborazione con Michele Bravi e Guè Pequeno, che “Margarita”, il successo della scorsa estate in coppia con il fidanzato Marracash, hanno ottenuto 2 dischi di platino. E anche questo nuovo pezzo otterrà il successo già programmato, grazie alla complicità di Spotify che lo inserirà, proprio come i precedenti, ai primi posti di ogni possibile e immaginabile playlist. Un’impotente battage pubblicitario.

Il gioco regge ma fino a un certo punto.
In 5 anni di carriera Elodie non ha ancora fatto un concerto. Il 2020 dovrebbe essere l’anno delle sue prime date live, emergenza sanitaria permettendo: una al “Santeria” di Milano e una al “Teatro Centrale” di Roma, inizialmente programmate ad aprile e in seguito rinviate in autunno causa Covid-19. Prevendite aperte a gennaio e biglietti che risultano ancora in vendita. Non c’è l’ombra di un sold-out. La macchina da hit che non riesce a riempire location da 500 posti.
Il 31 gennaio è invece uscito il suo terzo album di inediti – “This is Elodie” – infarcito di collaborazioni con rapper (da Gemitaiz a Fabri Fibra passando per Ernia e Lazza) e pubblicato in digitale una settimana prima della sua partecipazione a Sanremo con l’obiettivo di essere in gara già da prima in classifica. Obiettivo mancato: il disco si è fermato al sesto posto e, a una settimana dalla fine della kermesse, era già fuori Top10.
Un album che, a distanza di 3 mesi dall’uscita, non è riuscito neanche a ottenere un disco d’oro sulla carta facilmente raggiungibile, considerando il coinvolgimento di nomi molto forti nello streaming, e che ora sembra già accantonato: “Guaranà” non faceva parte delle 16 tracce contenute inizialmente in “This is Elodie” ed è stata aggiunta solo oggi alla versione digitale. Evidentemente per gonfiare un po’ le vendite.

Cosa ci dicono questi fatti? Che Elodie è una vincente solo grazie alla macchina perfetta che ha alle spalle, brava a sfruttare la superficialità di un pubblico che pensa che il valore di una canzone non sia dato dal contenuto, dal significato, dalla melodia, dall’originalità, ma da quanto si sente in radio e in tv o si vede in copertina su Spotify. Quello stesso pubblico a cui è stata imposta, che la ascolta ma non si affeziona. Non è interessato a comprare la sua musica, a vederla in concerto, a votarla a Sanremo (dove ha avuto meno televoto di Piero Pelù, Le Vibrazioni e Diodato, artisti che non godono di certo della sua stessa visibilità). Perché il tormentone fa fare cassa ma non dà credibilità. Non basta per costruirsi una carriera solida e sì può trasformare in una “prigione”: “Ah, eccola. Quella dei tormentoni”, “Ah, eccola. Quella dei cocktail”, “Oh, con Elodie si balla un po’”.
Elodie è questo: un prodotto costruito a tavolino per sfornare hits usa e getta. Facilotto, terra terra, non richiede cultura musicale per essere compreso. Un prodotto senza pretese, e quindi facile da vendere.
Un successo quindi tutt’altro che spontaneo. Creato ad arte. Le è stato cucito addosso un personaggio che è il risultato di un mondo fatto di poca, pochissima arte. Un mondo fatto solo di numeri.

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