SAMUELE BERSANI – CINEMA SAMUELE: la recensione

“Non si può fare un disco ogni tre o quattro anni e pensare che sia sufficiente”: parola di Daniel Ek, CEO di Spotify. Un concetto spaventoso, uno sfruttamento bulimico dell’arte, una pietra tombale sul lavoro e sui contenuti a scapito della superficialità e dell’ascolto veloce. Un’arrogante volontà di mettere in soffitta generi come il cantautorato, il pop più classico e il rock per lasciare libero spazio alle nuove tendenze.
Samuele Bersani ha aspettato addirittura sette anni per pubblicare il suo nuovo album di inediti. All’epoca delle playlist un’infinità di tempo che, secondo questa insana teoria, gli avrebbe dovuto garantire l’oblio, il totale disinteresse del pubblico. Lui invece l’ha totalmente ribaltata.
Perché “Cinema Samuele” – questo il titolo del progetto – fa ritrovare la curiosità di ascoltare un disco con il libretto dei testi davanti, stimola il pensiero e la libera interpretazione di canzoni che magari non vengono capite subito perché complesse, acute, lucide, argute.
“Come mai mi controllo poco e piango persino in questo studio mentre canto? Non è colpa del mixer se ho la voce più triste”, viene cantato nell’incipit di “Pixel”: sono canzoni nate dalla sofferenza di un periodo di profonda crisi personale che ne ha provocata anche una compositiva, si sono prese tutto il tempo per nascere, sono uscite per la necessità di farlo e non per vanità personale dell’autore di rivendicare la propria esistenza, fuggendo così dal grottesco bisogno della discografia attuale di pubblicare un nuovo singolo ogni tre mesi per paura del silenzio.

Il cantautore romagnolo le presenta come in un multisala, dove si possono trovare diverse sceneggiature e diversi generi. Sono dieci proiezioni fatte in musica: sta all’ascoltatore trovare la sua stanza più adatta.
Come trovano spazio quindi le atmosfere noir e thriller de “Il tiranno”, dove un puro di cuore viene delegato a uccidere un dittatore fermandosi “a un millimetro dalla sua gola” perché la sua virtù lo impossibilita a compiere il gesto finale, lo trova anche la storia d’amore tra due ragazze ne “Le Abbagnale”, dove viene denunciato il retaggio culturale di una città “rimasta a lume di candela” che si ostina a vederle come due sorelle non accettando il loro amore.
Se il loro rapporto è “un incantesimo ideale”, è totalmente differente quello raccontato in “Mezza bugia” che non riesce a “ritrovare la vecchia stabilità” per i problemi causati da egoismo, prevaricazioni e prepotenze dell’altro che provocano una terribile incomunicabilità indagata anche nella fragilità di “Con te”.

“Harakiri” è invece una storia di redenzione in cui il protagonista fugge dal pensiero del suicidio e riesce a risalire dal buio con l’immagine finale che rappresenta uno dei momenti poetici più alti della storia della musica italiana: “Sembrava una lucciola in mezzo a un blackout, per fargli un regalo anche il cielo di colpo si aprì a serramanico, come se spalancasse un sipario”.
Se la scelta di anticipare l’opera è caduta su di essa, come secondo singolo ci permettiamo invece di consigliare “Il tuo ricordo”: uno scontro leggendario tra passato e presente in cui il primo cerca disperatamente di “tornare di moda” e sembra prevalere infilandosi nel cervello tra ricordi e sofferenze. Ma alla fine la spunta il presente con l’arma del tempo: “arrivato al traguardo non avrà mai più nostalgia”. Decisamente il capolavoro del disco.

Grande spazio anche per l’attualità, con le denunce alla tecnologia (“Scorrimento verticale”) e alla mancanza di libertà di stampa (“L’intervista”).
La prima viene descritta come un modello di schiavitù: dovevamo padroneggiarla invece ne siamo usciti soggiogati (“Da quanto tempo non mi vedi con il collo dritto?”). Ci illude di poter essere ovunque ma in realtà non ci permette di vivere la realtà: “In un secondo arrivo al mare ma in un cristallo liquido non ci si può tuffare”.
Mentre per raccontare la seconda Bersani si serve di un giornalista che stronca l’artista del momento e paga la sua sincerità perdendo il posto di lavoro perché “l’artista ci serve e tu sei licenziato”. Una visione cinica, rabbiosa ma, purtroppo, alquanto reale.
La chiusura del disco invece, “Distopici (ti sto vicino)”, pur essendo stata scritta prima del lockdown sembra una lucida descrizione di tale periodo, tra l’assenza di legami, “i proprietari degli alberghi che han perso tutti i turisti”, il coprifuoco e i camion dell’esercito.

Se fosse un film “Cinema Samuele” sarebbe un kolossal che riesce ad unire le anime di alcuni tra i più grandi registi: lo spirito poetico e visionario di Federico Fellini incontra l’eleganza di Vittorio De Sica e l’inquietudine di Dario Argento, mentre la volontà di fuggire dall’omologazione di massa e di spiazzare con l’originalità di ogni singola parola sono tipiche da una parte di Pier Paolo Pasolini, e dall’altra di Stanley Kubrick.
È un lavoro in cui emerge una grande ricerca nei suoni e nei testi, una minuziosa cura del dettaglio: non c’è parola che non sia necessaria e che non sia al posto giusto nel momento giusto. È la fantasia che vince sull’appiattimento, la poesia che vince sul numero, il coraggio che vince sulla convenienza.
E quindi bravo Samuele Bersani: è sufficiente fare un disco anche ogni sette anni se poi diventa il più ispirato degli ultimi dieci. Come accaduto con questo.

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