La bellezza gentile di Ermal Meta nel nuovo album “Tribù urbana”

Il cielo è uno“. Ruota tutto intorno a questo concetto il nuovo album di Ermal Meta, “Tribù urbana”, da oggi in tutti i negozi di dischi e digital stores. Ci viene ripetuto dodici volte nella prima traccia, quasi a voler comunicare da subito e con forza l’idea di un disco fortemente inclusivo, ricco di gentilezza e valori positivi.

Meta sogna infatti un mondo profondamente diverso, che abbatta le barriere troppo alte della società attuale appoggiandosi all’ingenuità di un bambino che “calcia un pallone oltre il muro“. Questo nuovo mondo lo chiama “un altro sole“, dove trovarci “divisi eppure insieme, scompaiono i confini“, e ci dà anche le istruzioni per renderlo possibile, le stesse che ha seguito durante la fase di scrittura di questo progetto: immaginandosi in mezzo al pubblico di un concerto, perché lì siamo un insieme di persone che, prese singolarmente, stonano tutte ma che in gruppo formano un coro perfettamente intonato. C’è la storia di Yusuf che “ha 15 anni e non vuole scappare, ha il deserto sulla pelle, davanti agli occhi un grande mare“, c’è la sua di storia: l’infanzia in Albania con un padre violento e la decisione di raggiungere l’Italia insieme alla madre per cambiare vita (“Ermal ha 13 anni e non vuole morire, della vita non sa niente tranne che la vita è importante“) perché “per sperare non si chiede il permesso”. Il coro, per essere intonato, non può dividere ma deve unire, includendo e dando una speranza a queste persone che hanno la sola “colpa” di sognare una vita migliore.

E sono forse queste ferite ancora vive del suo passato che portano il cantautore terzo classificato all’ultimo Festival di Sanremo, anche ora che “non è come quando avevo i mostri sotto il letto“, a saper descrivere con rara delicatezza le sofferenze dell’animo umano. Come vediamo in “Nina e Sara”, la storia di una ragazza omosessuale, la madre che vede il suo amore come un “peccato mortale” e lei che chiede solo di “potermi sentire una volta normale”. Ma anche ne “Gli invisibili”: lui lo è stato per molti anni, quando firmava i successi di alcuni tra i più grandi cantanti italiani, da Francesco Renga a Marco Mengoni, da Emma a Francesco Sarcina. Quante volte si sarà sentito dire “ci sei ma non ti si vede“? Quante volte si sarà sentito tra quelli a cui “manca ancora una salita“? E ora che ha raggiunto la “pace“, sia nel lavoro che nella vita privata grazie alla vicinanza di una persona che “le si vede il cuore“, può essere un esempio per questo esercito di “ultimi“: gli invisibili prima o poi imparano a volare.

È un disco nato in piena pandemia, quindi c’è anche una gran voglia di libertà, di tornare a fare le cose basilari che ci sono state tolte: “Ho voglia di cantare, ho voglia di fare tardi“, canta in “Stelle cadenti”. E infatti questo disco sembra nato per essere portato su un palco, a partire dall’apertura con atmosfere da stadio. I suoni molto diversi tra loro formano un mosaico decisamente suggestivo, da quelli vicini ai Bluvertigo in “No satisfaction” a quelli à la Coldplay di “Un altro sole”, dal rock di “Non bastano le mani” alle sonorità anni ’80 della già citata “Stelle cadenti” (potenziale singolo estivo), fino a quelli più essenziali e scarni di “Un milione di cose da dirti”, che a Sanremo ha ricevuto il Premio “Giancarlo Bigazzi” per la miglior composizione musicale. Perché quella di Ermal è una bellezza sempre gentile, non ha bisogno di urlare per farti arrivare il suo messaggio. Una bellezza gentile anche perché non ha mai sgomitato per uscire, ha saputo aspettare il momento giusto, a un certo punto la sua gavetta sembrava infinita. “Se guardi il cielo dicono che ti crescono le ali“, e quel cielo l’ha guardato tanto visto che ora il suo volo è paragonabile a quello dell’Aquila Reale, capace di raggiungere i 300 km/h. Perché se con “Umano”, il suo esordio solista arrivato solo cinque anni fa, cercava un posto nel mondo, “Vietato morire” (2017) era la svolta e “Non abbiamo armi” (2018) la maturità, questo “Tribù urbana” è già l’assoluta consapevolezza.

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