MANESKIN – TEATRO D’IRA VOL.I: la recensione

“Andare a X-Factor non è rock”, “Piangere dopo aver vinto Sanremo non è rock”, “Cambiare il testo di una canzone per andare all’Eurovision non è rock”, “Loro non sono rock”: in mezz’ora i Maneskin riescono a smontare tutte queste affermazioni a suon di musica, con il loro nuovo album “Teatro d’ira – Vol. I”. Un disco ribelle, sfrontato, arrogante, irriverente, coraggioso, crudo: tutto ciò che è rock.
Scordatevi le hits – da “Torna a casa” a “L’altra dimensione” – contenute ne “Il ballo della vita” in cui, muovendosi tra ballad, rock-funky e persino ritmi latini, non mostravano ancora una direzione totalmente definita e, forse influenzati dalla major, si presentavano in un modo più rassicurante per il pubblico medio e con un occhio rivolto alle radio. Tre anni dopo hanno deciso di dire addio ai compromessi con un vero e proprio manifesto di quello che è il loro intento: riportare in vita quel dirompente furore tipico delle band rock nate tra gli anni ’70 e ’90.

Le 8 tracce contenute in quello che è il primo volume di un progetto più ampio e in divenire che si svilupperà nel corso dell’anno declinano infatti il rock in diverse vesti. Che si sono già viste e hanno modelli ben precisi, ma che loro eseguono con sicurezza, maturità e padronanza.
Se con i due brani in inglese, “I Wanna be your slave” e “For your love”, lo commistionano prima alla dance anni ’80 ricordando gruppi come i Soft Cell e s’ispirano poi al mondo degli Aerosmith, e con “Lividi sui gomiti” e “La paura del buio” propongono quel rapcore tipico dei Linkin Park, con “Coraline” guardano invece al rock indipendente italiano di gruppi come CSI e Marlene Kuntz, tra attitudine noise che incontra il gusto melodico italiano e un testo cupo che vede la protagonista vittima di abusi sessuali da parte del padre (“Coraline bella come il sole, ha perso il frutto del suo ventre, non ha conosciuto l’amore ma un padre che di padre è niente”).
Se “Vent’anni” – primo estratto – è una power ballad molto classica su libertà e voglia di lasciare il segno ed è l’unico brano radiofonico dell’album, con “In nome del padre” fanno conoscere l’hard-rock al loro pubblico, tra distorsioni, riff spinto, interpretazione cruda e testo provocatorio (“Tu stammi ad un palmo dal culo, testa di cazzo, ho scelto di essere uno ed uno soltanto, toccare il cielo e tornare a mangiare asfalto, in nome del padre, del figlio e spirito santo”).
Mondi diversi tra loro, ma che s’incontrano in un discorso coerente perché proposti con un sound ben definito. Il loro.

È partito tutto da lì, il loro sound. Già dal titolo, con quel “teatro” che è metafora in contrasto con “ira” e che diventa scenario in cui questa prende forma. Non si tratta di una collera contro un bersaglio, ma di un’energia creativa che si ribella contro opprimenti stereotipi. Da qui la loro scelta di portare a Sanremo un brano come “Zitti e buoni” negli anni in cui la musica italiana si è fossilizzata su generi musicali piatti, ripetitivi e poco suonati. Da qui una vittoria inaspettata che è segno di rinascita e cambiamento. Di rivoluzione. È il momento di cambiare le carte in tavola, di tornare a far “urlare” gli strumenti, di differenziarsi, di essere “fuori di testa ma diversi da loro”. I Maneskin l’hanno fatto capire e che ora siano da volano anche per altri artisti.

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