Sono un appassionato di calcio.
Mi piacciono i grandi campioni.
Grazie al cazzo, uno direbbe, se non sapesse che dietro c’è tutta una filosofia: sono innamorato di chi da un momento all’altro ti dà l’idea di poter risolvere una partita da solo, di caricarsi un’intera squadra sulle spalle, del singolo che si mette tutta la platea ai suoi piedi (non è un caso che, da juventino, la più grande emozione che ho vissuto negli ultimi anni è la tripletta di Cristiano Ronaldo all’Atletico Madrid in Champions League: dallo 0-2 dell’andata al 3-0 del ritorno, sfida completamente ribaltata da un singolo).
Mi piace essere spettatore del gesto tecnico, di chi ne fa un proprio marchio di fabbrica, senza distinzioni di bandiera perché i campioni devono essere di tutti: il goal “alla Del Piero”, il “cucchiaio” di Totti (copyright però di Panenka), la “maledetta” di Pirlo, la “ruleta” di Zidane, la “rabona” di Maradona, la finta “alla Robben”… Fermiamoci proprio qui.
Arjen Robben, olandese, uno dei miei giocatori preferiti di sempre, nonché uno dei più forti esterni d’attacco della storia. La sua tipica azione è stata proposta in loop sui campi di tutta Europa: fascia destra del campo, palla incollata al piede, finta di corpo verso destra, sterzata secca sul sinistro e tiro a giro che, spesso, finiva sotto l’incrocio dei pali. Tutti i più grandi difensori della sua stessa generazione sono caduti nel suo tranello. “Fa sempre la stessa cosa”, si diceva; “Com’è possibile che non lo fermano se sanno già cosa farà?”, ci si chiedeva. Perché era la giocata di sempre che però gli riusciva talmente bene da lasciarti ogni volta a bocca aperta.
“Fanno sempre la stessa cosa”: quante volte l’avete sentito dire anche nei confronti dei Modà? Chi li critica rimprovera loro di aver sempre sperimentato poco, di non essersi mai rinnovati, di non aver mai cercato collaborazioni con altri autori. Come se fosse una colpa essere sè stessi.
Oggi è uscito il loro nuovo album “Buona fortuna – Parte Prima”, primo capitolo di un progetto più ampio, e dimostra che loro sono orgogliosamente conservatori e nazionalpopolari: non fanno passi indietro e non ritrattano. Un disco che è una fotografia di ciò che sono, e sono stati, per quasi vent’anni. Solo sei canzoni contenute, ma che insieme formano un più che mai esaudiente biglietto da visita. È l’anima dei Modà: ci ritrovi il loro inconfondibile sound e la solita grande attenzione alla melodia, i brani rock che affiancano quelli più delicati, la grande cura nei testi e nel cercare di trasmettere sempre un messaggio.
Si torna quindi a parlare di marchi, che nella musica amo ancora di più che nel calcio avendo profonda stima e passione nei confronti di chi cerca una propria identità inimitabile e la difende a tutti i costi. Di chi è “libero di essere quello che mi va“. Come loro.
Perché anche quando inseriscono nuovi ingredienti nella loro ricetta, lo fanno senza snaturarsi come capita invece a molti altri colleghi: la novità è un plus, arricchisce e non viene subita. Ed è ciò che vediamo nel primo estratto “Comincia lo show”, dove utilizzano per la prima volta l’elettronica ma aggiungendola a un’attitudine più rock che mai: batterie e chitarre che urlano, e un testo duro, tagliente, incazzoso contro i leoni da tastiera.
Colpisce anche la scelta dell’ukulele in “Non ti mancherà mai il mare”, dove Kekko Silvestre canta alla figlia Gioia una serie di consigli che possano aiutarla a vivere serena: argomento già trattato, ma a cui questo strumento dal suono sottile dona una freschezza tutta nuova, tanto da rendere il brano uno dei più freschi e solari del repertorio della band milanese. Una “Somewhere over the rainbow” italiana, perché trasmette tutto quel senso di pace e benessere.
“22 metri quadrati” e “Fottuto inverno” sono i pezzi con cui vanno invece più sul sicuro e saranno i preferiti dei loro fans della prima ora. La prima gioca sulla ritmica possente e incalzante dei loro più grandi successi, e su un testo dai toni viscerali e passionali per raccontare la storia di due amanti (“Il mondo era un letto senza regole e pietà“): con il supporto radiofonico che oggi manca, avrebbe tutte le carte in regola per diventare la nuova “Sono già solo”.
“Fottuto inverno” la succede nella tracklist e sembra proprio un’ideale prosecuzione: l’uomo che prima pensava “non so se ti ritroverò” ora si trova a dover combattere con l’assenza della donna amata (“Ogni stanza è un quadro bianco che hai portato via“). Il mood è quello della ballatona in pieno stile Modà, dalle tinte malinconiche e con un grande crescendo finale.
La penna di Kekko non ama però stare solo nella comfort-zone ed è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sfide: è questo che ci dice in “Buona vita buona fortuna buona luna”, dove rivive un suo momento di debolezza raccontandosi al femminile in terza persona. Ciò che gliel’hanno fatto superare sono le canzoni, qui raccontate come collane fabbricate con le stelle (perché quasi sempre composte di notte) e tenute come conchiglie accanto al letto “così d’avere sempre un po’ di luce intorno” e sentirsi quindi sempre vivo: è il ritornello con più forza poetica che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni.
Ma è con “Scusa se non lo ricordo più” che ci si trova davanti a quella che è forse la sua più grande prova autorale di sempre. È il cantautore in grado di fotografare un momento anche non avendolo vissuto da vicino, prendendosi il rischio di raccontare anche qualcosa che poco si conosce e che in pochi hanno avuto il coraggio di cantare: nello specifico, l’Alzheimer di cui vengono raccontati gli inizi, dove il buio viene alternato con pochi momenti di luce. “E se non so nemmeno come ti chiami perché continui a dirmi che mi ami?” è la frase-manifesto del brano: domanda che nella loro testa si faranno tante vittime colpite da questa malattia, e che denota grandissima sensibilità da parte dell’autore nel farla sua.
Ascoltando “Buona fortuna – Parte Prima” non ci si trova quindi davanti a un disco di questi tempi. Non ci troverete nulla che vuole inseguire le classifiche o le radio. È un disco che vuole portare semplicemente avanti quel gusto pop-rock diffusosi nello scorso decennio (e di cui loro sono stati gli artefici con quel disco di diamante che, dopo, nessuno è più riuscito a conquistare), ma questo non significa che non può avere risposte anche nell’oggi.
Perché Arjen Robben, dopo la Champions League vinta nel 2013, ha faticato a restare sempre sugli stessi livelli ma se oggi si mettesse a fare quella finta contro avversari di vent’anni più giovani li supererebbe comunque. E anche la loro di risposta sta proprio qui: un marchio, un colpo di genio, qualcosa che passa alla storia non potrà mai tramontare. Lo vedrete quando a maggio riempiranno per due giorni consecutivi il Mediolanum Forum di Assago, dopo aver già fatto un sold-out pre-pandemia nella stessa location a fine 2019: cercate se tra i nomi arrivati alla ribalta negli ultimi cinque anni c’è qualcuno che è già riuscito, o riuscirà nei prossimi mesi, in tale impresa. Non lo troverete.
Nick Tara