ANASTASIO – ATTO ZERO: la recensione

Dopo la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo e a poco più di un anno dalla sua vittoria a X-Factor, è arrivato nei negozi “Atto zero”, il primo attesissimo album di Anastasio dopo l’ep post-talent “La fine del mondo”, certificato disco d’oro. Si dice che più alte siano le aspettative, più sia facile deluderle. Non è questo il caso. Perché “Atto zero” è un disco maturo, complesso, breve ma corposo, il cui fulcro è nella poetica dura e cruda del rapper metese. Ma è un’opera anche di grande varietà musicale: si spazia da un rap “old school” alle sonorità trap, dall’elettronica al rock, fino alla parentesi chitarra e voce dell’ironica “Il giro di do”.

La trama ruota tutta intorno a una canzone e a una figura: “Il sabotatore”. La traccia omonima è uno sfogo, un inno alla libertà artistica che si oppone alla psicosi del politicamente corretto, una fuga dalla “psicopolizia”, l’organizzazione paramilitare poliziesca, presente nel romanzo “1984” di George Orwell, che aveva il compito di controllare tutte le persone attraverso dei teleschermi per reprimere il dissenso. Una frase del brano in particolare è emblema di questo progetto: “Lo volevate facile il rit, eh? Coglioni! Una roba cantabile? Mica sono Baglioni!”. “Atto zero” è un disco che non scende a compromessi, non sono presenti featuring (cosa rara per un album rap), non ci sono né pezzi d’amore né pezzi costruiti a tavolino per le radio. Non mostra ansie da classifiche.

La figura del sabotatore la troviamo anche nel brano di apertura “Atto zero” e in “Rosso di rabbia”, che è la cronaca del suo fallimento, dell’attentato terroristico andato a vuoto. Il terrorista che nella title-track pregustava “le 40 vergini” e urlava “morte all’America”, nel brano portato all’Ariston diventa un terrorista “esposto al pubblico ludibrio”. La traccia che dà il titolo all’album è anche occasione per Anastasio di fare una riflessione sull’arte, per lui l’arte dev’essere in continuo movimento ed evoluzione, non può stare ferma al chiuso di un museo (“ce n’è di più nel sacchetto dell’umido, che almeno vive, si evolve, è unico”).

Da buon disco d’esordio, “Atto zero” viene utilizzato dall’autore anche per far conoscere la propria storia e alcune facce del proprio carattere ancora sconosciute. Lo vediamo in “Cronache di gioventù metese”, storia del bambino che diventa adolescente nella provincia sorrentina, e in “Castelli di carte”, dove la rabbia nei testi e nel flow con cui si è fatto conoscere lascia spazio al suo lato fragile: “Questo castello sai che crollerà, la fragilità non è una qualità”. In “Narciso”, la parentesi più pop del progetto, denota invece la sua volontà di non finire annegato dal suo riflesso, mentre in “Straniero” viene manifestata tutta la sua fame: “Voglio solo mangiarmi il mondo”.

Il compito di chiudere l’opera spetta alla teatralità intensa e quasi sconvolgente della già conosciuta “Il fattaccio del vicolo del Moro”, ispirata al monologo “Er fattaccio” del 1911 del poeta Amerigo Giuliani, in cui un assassino confessa il suo delitto, e all’intimità de “Quando tutto questo finirà”, riuscita preghiera rivolta a una serie di divinità con la triste consapevolezza finale che “ci sarà pace tra voi peccatori, ma non prima che il sangue scorra”.

Con questo album di debutto Anastasio conferma di avere davanti un futuro di spessore da notevole cantastorie, e una maturità che alla sua età, soli 22 anni, ha pochi eguali. L’abbiamo già detto durante la sua partecipazione a Sanremo, ci ripetiamo: Anastasio è il Fabrizio De André del 2020. Se De André cantasse oggi lo farebbe proprio come lui.

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