Primo Maggio: la guerra si inchinerà al suono di una chitarra

Piazza San Giovanni deserta. Primo piano su Ambra, occhi lucidi e voce tremolante: il concertone in edizione straordinaria inizia con due immagini di fortissimo impatto.
Il primo ospite musicale è Vasco Rossi e non poteva essere altrimenti: “Voglio trovare un senso a questa situazione, anche se questa situazione un senso non ce l’ha”. Non ha senso quella piazza vuota, triste. Non ha senso una festa senza gli invitati. Non ha senso la Milano sola, vuota, abbracciata idealmente da Gianna Nannini, seconda artista in scaletta, che si è esibita in un suggestivo medley al pianoforte dall’alto della Terrazza Martini.

Era difficile, quasi impossibile, trovarlo un senso al Concertone senza le urla del pubblico, le stonature, le chitarre scordate… Quelle imprecisioni che fanno (anche) Primo Maggio. Eppure gli organizzatori ce l’hanno fatta. Il cast è nazionalpopolare, sono volti che vediamo tutti i giorni e che qui sono idoli diventati improvvisamente deboli, feriti. Costretti a dover riempire un auditorium, un club, una piazza, solo con il loro talento. Si nota la malinconia nei loro occhi dovuta all’impossibilità di sorridere al pubblico e di coinvolgerlo.
Ci hanno mostrato che quel loro “senza di voi non siamo niente” non è solo una frase di circostanza.
Eppure le loro esibizioni sono tutt’altro che fredde, il livello è molto alto, spiccano gli arrangiamenti confezionati per l’occasione. È un’intimità che ci fa sentire meno soli.

Alex Britti e Francesco Gabbani si presentano subito con la loro band al completo, la stessa cosa fanno Le Vibrazioni e Paola Turci: è un gesto simbolico, che ci dà speranza.
La musica non può fermarla nessuno, neanche un virus bastardo.
Lo Stato Sociale si esibiscono in Piazza Maggiore a Bologna: musicisti in mascherina e una passante che diventa ballerina; Irene Grandi da Piazza Signoria a Firenze. Sono immagini malinconiche quelle delle nostre città messe a dura prova.
Fabrizio Moro dall’Auditorium Parco Della Musica alza l’asta verso la platea, come se i suoi fans fossero lì a cantare con lui. “Tu portami via dalla convinzione di non essere abbastanza forte, quando cado contro un mostro più grande di me”, quel verso cantato nella solitudine oggi è un colpo al cuore.

Ambra alla conduzione è impeccabile. Empatica, misurata, non sbaglia una mossa e trova sempre i momenti giusti per alternare sensibilità, spensieratezza e fermezza. Apre e chiude visibilmente commossa, balla sulle note di “Per colpa di chi” di Zucchero rievocando i tempi di “Non è la Rai” e nel finale promette che l’anno prossimo canterà in piazza “T’appartengo”, si fa seria quando deve difendere i diritti dei lavoratori. E le sue parole non risultano mai banali, non cadono mai su una stucchevole retorica: intelligente, consapevole, vera.
L’audio, discostatosi da quello casalingo di “Musica che unisce”, è perfetto, il montaggio ben costruito e il lavoro della regia è ottimo, ricorda un po’ gli “MTV Unplugged”: questo “Primo Maggio” in edizione straordinaria ha delineato una strada. Il futuro dei concerti, per i prossimi mesi, può essere solo questo. La dimensione televisiva.

Il finale sarà invece ricordato come una delle immagini simboliche di questo periodo: Alex Britti che, a mezzanotte e mezza, suona “Hey Joe” di Jimi Hendrix in una Piazza San Giovanni deserta. Lui e la sua chitarra. Nient’altro.
Un finale già pronto per i libri di storia. Una piazza che in quei 3 minuti sembra improvvisamente riempirsi. La potenza della musica. Perché sì, “un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”.

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