CRISTIANO GODANO – MI ERO PERSO IL CUORE: la recensione

La mente mente. Se le si lascia spazio travolge il suo padrone di casa come un virus. Cercare e ritrovare il cuore è il vaccino per non soccombere. È da questa idea che nasce “Mi ero perso il cuore”, il primo album da solista di Cristiano Godano – frontman da oltre 30 anni dei Marlene Kuntz, band che ha segnato la storia del rock italiano – disponibile da oggi in digitale, CD e doppio vinile da collezione 180gr.

Un disco che descrive la guerra contro i demoni della mente, scava nell’io del protagonista, coraggioso a esibire paure e vulnerabilità.
Se nell’incipit – “La mia vincita” – pensa di aver sconfitto un problema (“Mi ero perso il cuore in fondo a un’infinità di ingannevoli messaggi e di maschere […] / Oggi mi ritrovo e la mia mente non è più con me”), nel susseguirsi del progetto emergono altre problematiche che smentiscono quella vittoria, la dipingono come illusoria per poi, nel finale (“Ma il cuore batte”), prendere atto che le difficoltà non si possono evitare: la vita procede e la realtà, rappresentata dal battito del cuore, non si può sospendere.
È un protagonista che già nella seconda traccia (“Sei sempre qui con me”) vede davanti a sé un futuro che “incombe lugubre” e si descrive come “un egocentrico all’angolo, smascherato e fragile”. Fragilità che emergono, in successione, anche nella desolazione provocata dalla propria donna che si allontana di “Ciò che sarò io”, nell’esigenza di riaverla accanto di “Ho bisogno di te”, e nella paura del rifiuto mostrata in “Dietro le parole” (“Mi accetterai tutte quelle volte che scoprirai quel po’ di me scialbo e impoetico?”).
Paure che nel nuovo singolo “Com’è possibile?” assumono un senso più allargato: “Dimmi com’è possibile, eppure sta per succedere. Tempesta sopra di noi, la bestia dentro di noi”. Nel video ufficiale la bestia viene rappresentata attraverso una serie di immagini di catastrofi naturali provocate dall’uomo e un riferimento alla morte di George Floyd. L’uomo contro la natura e l’uomo contro l’uomo per cui Godano non trova risposte e prova a cercarle dove le cercava Bob Dylan: “La risposta è lassù e soffia nell’aria”.

Bestia che ritorna anche in “Ti voglio dire” – primo estratto – ma qui è una bestia interiore, è il disagio esistenziale, la depressione che colpisce un amico a cui si vuole mostrare assoluta vicinanza. Il valore dell’amicizia raccontato con struggente dolcezza e che in “Lamento del depresso” viene messo allo specchio e narrato da un’altra angolazione. L’amicizia si può rompere per una delusione, un tradimento, un comportamento vile e l’affetto si trasforma così in rabbia, l’idea di fraternità viene spezzata in un amen da una crepa irreparabile: “Con quale stato d’animo potrò avere a che fare ancora con te, amico mio ignobile?”.
Punti di vista diversi raccontano abilmente anche il rapporto padre-figlio in “Padre e figlio” e nella successiva “Figlio e padre”: a seconda della prima delle due figure, cambia la prospettiva nel vedere le cose.

A livello di sonorità scordatevi le distorsioni e la ruvidità à la Marlene Kuntz: troverete qualche virata solo nella già citata “Lamento del depresso” e nella psichedelia di “Panico”, con un potente giro di basso e un sax a esprimere con decisione quell’idea di inquietudine.
“Mi ero perso il cuore” è un disco di ballad (che comunque nel repertorio della band non sono mai mancate), acustico, intimo, delicato, ispirato al folk e al country americano. È un disco fuori dal tempo, lontano da qualsiasi logica radiofonica o di playlist, da ascoltare possibilmente con il libretto dei testi davanti per coglierne ogni piccola sfumatura e per dare la giusta importanza all’accurata ricerca poetica dell’autore e all’importanza che viene data a ogni parola.
Nasce dall’urgenza del racconto, dal bisogno di poesia anche in una stagione copiosa di “sculettii” raeggeton e di balli caraibici. Nasce per noi che “cerchiamo la bellezza ovunque” e detestiamo la “forzata vuotaggine”. Se avete colto i riferimenti lo saprete apprezzare, altrimenti statene lontani.

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