La rischiosa spacconaggine di Sfera Ebbasta e del suo team

I dischi oggi si vendono ancora prima di essere scritti, prodotti, addirittura pensati. La musica è ridotta a cornice, spesso scadente, di quello che è il vero quadro: il team produttivo e di marketing alle spalle.
Ieri è uscito “Famoso”, quarto album di inediti di Sfera Ebbasta, ed è un progetto che nulla ha a che fare con la musica. Più che un disco è infatti un trattato di strategia imprenditoriale che ha visto un’unità di intenti senza precedenti nel definirlo già “il disco dell’anno” ancora prima della pubblicazione. Web, stampa, Spotify, Netflix: tutti a quattro zampe per favorire un successo già deciso. Vediamo come.

Partiamo dal documentario arrivato il mese scorso su Netflix in cui viene ripercorsa la sua vita partendo dallo storytelling, visto e rivisto, del ragazzo partito dal basso che arriva a raggiungere vette altissime. Una vita apparentemente tutta rosa e fiori, il film infatti non fa altro che mostrarci solo quanto è ricco e famoso Sfera Ebbasta. Pur essendoci, gli incidenti di percorso vengono nascosti: spazio solo a ciò che è utile a raffigurare l’immagine di chi ce l’ha fatta, quindi gioielli, soldi, vestiti di marca e amici ricchi. Il trionfo dell’arrivismo e della materialità.
Non c’è traccia quindi della débâcle a X-Factor, dove il trapper viene ricordato solo per la sua totale mancanza di cultura musicale e per quel “Non siamo nel 1971” detto in faccia a un concorrente che portava una cover di De André. E non c’è traccia (a parte una piccola menzione nei titoli di coda), soprattutto, della tragedia di Corinaldo. Chiariamo, lui non ha alcuna colpa per le sei vittime che attendevano il suo concerto, ma è dal dolore che spesso i più grandi artisti hanno costruito le loro opere migliori. Qualche riferimento, magari una canzone, l’avrebbero reso più umano e certamente più maturo. Non ci si può costruire una carriera parlando solo di “tipe” da portare a letto, erba e lusso.

Si prosegue poi con il comune di Cinisello Balsamo – sua città natale – che, in collaborazione con Spotify, ha scelto di intitolargli una piazza in suo onore. Un’iniziativa temporanea (tre mesi) promossa per ergerlo a modello per i giovani. E qui la mano è decisamente sfuggita: diventare punto di riferimento per ragazzi tra qualche “Hey troia! Vieni in camera con la tua amica porca” o “Vogliono un cazzo che non ride, sono scorcia-troie, siete facili, vi finisco subito” e un “Voglio solo blunt e Sprite” (ovvero cannabis e codeina, diluita nella nota gazzosa per creare così quello che viene chiamato Purple drank oppure Lean, droga che ha già provocato decine di morti tra i ragazzini) pare un ossimoro, nonché un errore per cui un giorno qualcuno potrebbe dover rispondere e che ha provocato parecchie critiche. La logica del “purché se ne parli” quindi: tu mi attacchi, io faccio pubblicità al disco e mi arricchisco. Il fulcro è sempre lì.

Arriviamo infine a oggi: il suo team, composto tra gli altri da Jacopo Pesce, Charlie Charles e Shablo, si è messo in testa di farlo diventare il nuovo veicolo della musica italiana all’estero.
E quindi via alle collaborazioni con Future, J Balvin, Diplo, Lil Mosey, 7Ari, Steve Aoki e Offset, ed ecco la copertina di “Famoso” sui grattacieli di Times Square. Un cartellone pubblicitario con un costo che si aggirerebbe intorno ai 7000$ giornalieri in una delle attrazioni turistiche mondiali più visitate a livello globale. Sfacciataggine, arroganza, spacconaggine.
E anche qui arriva la complicità dei media che lo definiscono “la nuova bandiera italiana nel mondo”. Poco importa se togliendogli l’autotune non prende una nota neanche per sbaglio e se i suoi testi sono davvero scadenti e con un lessico decisamente limitato. Poco importa se ha solo 5 anni di carriera, poco importa se non è Vasco che con le sue canzoni riesce a incontrare il gusto di diverse generazioni, poco importa se la trap è una musica di passaggio con un unico bacino di utenza e che tra qualche anno rischia di diventare solo un brutto ricordo: il ragazzo ora deve diventare un divo internazionale. È un’imposizione, una pretesa. E chi lo spinge in questa corsa sfrenata al lusso e al successo forse non vuole il suo bene: perché Sfera Ebbasta è il capostipite appunto di un genere usa e getta, pompato dal mercato digitale, dai social e da una generazione priva di gusto che però un giorno crescerà e la sua proposta non gli basterà più. E quel giorno il castello di carte cadrà, e questa spacconaggine di oggi sarà la sua sofferenza di domani.

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