Amadeus uccide il Festival e dà vita al “Sanremo del Primo Maggio”

Una fotografia della totale mancanza di equilibrio che vige oggi nel mercato musicale: pochi artisti a spartirsi il 90% della ricchezza globale, il resto a raccogliere le briciole. Chi ha tutto e chi non ha niente. È questo che dice il cast del prossimo Festival di Sanremo.
Amadeus parlando tutta la sera di visualizzazioni volente o nolente ha indicato il suo criterio di scelta: prima i numeri, le playlist Spotify, poi la valenza artistica. Prima cos’è tendenza, poi semmai le canzoni.
E nell’anno in cui la musica è stata ferma non si poteva fare scelta più sbagliata: lui stesso parlava di “rinascita della musica”, “di far ripartire la musica”. Ai tempi dello streaming ci sono molti artisti a cui sono rimasti solo i concerti e Sanremo come unica vetrina per presentare i loro progetti al grande pubblico: il 2020 gli ha tolto i concerti, Amadeus gli ha tolto anche l’unico possibile palco. Erano loro a meritarlo questo spazio, non può ripartire chi è già su tutte le playlist editoriali di Spotify. Non può ripartire chi non è mai stato fermo.

Ieri sera abbiamo assistito alla morte del Festival di Sanremo e alla nascita del “Sanremo del Primo Maggio”.
In mezzo a molti casi di IMU festivaliere, da Annalisa a Noemi passando per Arisa, è un cast totalmente sproporzionato verso il mondo indie e quello hip-hop: sette nomi dal primo, sei dal secondo. L’esatta metà. Una sovrapposizione che già l’anno scorso aveva dimostrato di non pagare. Facciamo l’esempio con i tre rapper scelti nell’edizione precedente: Junior Cally, Rancore e Anastasio, una proposta simile tra loro, provocatoria, di denuncia. Il primo è entrato da lince e ne è uscito da gattino; gli altri due, pur meritevoli e con Anastasio partito tra i favoriti, sono invece finiti a metà classifica non ottenendo attenzione neanche nel post-Festival.
Il grande pubblico accetta i nomi nuovi a piccole dosi, l’abuso li oscura, danneggia i giovani nonostante ottenga il curioso placet della stampa. Perché curioso?
Perché nel 2015 i giornalisti erano tutti a discernere su cosa servisse per entrare nei big. La presenza di Bianca Atzei li aveva fatti gridare allo scandalo: 17 milioni di visualizzazioni e un disco d’oro non bastavano e arrivavano i titoloni sui giornali. “Chi è Bianca Atzei?”.
Facciamo alcuni nomi. Silvia Truzzi sul “Fatto Quotidiano” scriveva: “Incomprensibile la sua partecipazione alla gara big”; Andrea Laffranchi de “Il Corriere della Sera” che “non ha le carte e nemmeno la biografia su Wikipedia per essere qui” mentre Marinella Venegoni de “La Stampa” insinuava : “Ci si chiede chi, se non un operatore assai potente, sarebbe riuscito a piazzare tra i big una perfetta sconosciuta come Bianca Atzei”.
Oggi non ci si chiede nulla di questo. I vari Fulminacci, Giò Evan, La Rappresentante di Lista e il duo Colapesce & Di Martino sbarcano al Festival con numeri neanche lontanamente vicini a quelli da cui partiva sei anni fa la cantautrice sarda, eppure ciò che ieri era scandalo, oggi si è trasformato in coraggio, rivoluzione, scommessa. La coerenza dell’informazione, la stessa che oggi applaude il “colpo Fedez” ma che a marzo farà di tutto per affondarlo nella classifica finale.

A uscirne malissimo sono la tradizione pop e il cantautorato over 50 che trova l’unico superstite in Max Gazzè (Francesco Renga negli ultimi anni è più interprete). Tra tante occasioni date ai giovani rappresentanti dell’indie, non si poteva trovare spazio anche per uno tra Nesli, Il Cile, Luca Dirisio, Marco Guazzone e Pierdavide Carone? Giovani che portano avanti una proposta pop più tradizionale con ottima qualità. E dove sono i vari Gianluca Grignani, Alex Britti, Raf, Enrico Ruggeri? O anche i meno mainstream come Tricarico e Sergio Cammariere? Nomi che hanno lasciato segni indelebili nella storia della musica italiana e che continuano a proporsi con uscite interessanti. Difficile pensare che neanche uno dei citati si sia presentato.
Non diteci che è coraggioso puntare su artisti che un minuto dopo l’esibizione godranno già del favore di Spotify; il coraggio sarebbe rilanciare un genere in difficoltà e che anche Amadeus vuole rottamare seguendo la logica degli ascolti facili, del “se non ti vedo non esisti”, del “io a novanta, lei col mitra sulla mia fi*a” cantato nell’ultima canzone di Madame che il direttore artistico vede come un grande cambiamento per la musica italiana, del “se superi i 50 anni non hai più nulla da dire”.
Sarebbe però interessante vedere la sua reazione se il Tommaso Zorzi di turno prendesse il suo posto a “I soliti ignoti” perché social, perché giovane, perché nuovo. Perché non tradizionale.

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